Bambini e adolescenti nello spazio sociale

Le scienze sociali e l’opinione pubblica sembrano avere negli ultimi tempi intensificato l’interesse, tipico della modernità (Ariès), per l’infanzia e l’adolescenza (Maggioni, Belotti, Belloni). Da una parte, emerge una immagine caratterizzata da fragilità e debolezza, minacciata dal male e dalla violenza; dall’altra, avanza una caratterizzazione del bambino come ‘cittadino’ (Moro), che diviene un attore sociale capace, seppur con limitazioni, di esprimere opinioni (diritto all’ascolto), di partecipare alla vita sociale, di godere di diritti civili e politici (Convenzione ONU, 1989). L’infanzia e l’adolescenza divengono così categorie da studiare anche nel campo sociologico, oltre che, come da tradizione, in quello pedagogico e psicologico; esse ci appaiono come strutture sociali permanenti di ogni comunità (Sgritta), da osservare non più solo in vista di tutele e protezioni da deprivazioni, abusi o carenze (devianza, abbandono scolastico, vittimizzazioni) in relazione al mondo adulto, ma per una loro dimensione di ‘normalità’ e di ‘autonomia’ (Favretto). Segno di tale mutamento è anche lo sviluppo della concezione della soggettività del minore all’interno delle politiche per l’infanzia e l’adolescenza, non più considerate solamente come ‘ramo’ delle politiche per le famiglie (Ferrari, Ronfani, Pocar). Del resto, la stessa famiglia, come istituzione normo-costituita, affronta mutamenti epocali, ridefinizioni strutturali e funzionali: varie e differenti forme familiari si affacciano oggi sulla scena pubblica, chiedendo, e sempre più ottenendo, riconoscimento giuridico e legittimazione culturale (Zanatta, Bertone).